Il management che funziona davvero: quando riparare conta più di sbagliare
“C’è una crepa in ogni cosa. È da lì che entra la luce.” — Leonard Cohen
Aspetta un attimo: scommetto che anche tu, una volta diventato manager, hai pensato “ok, ci riuscirò”. E invece… sbagli. E mica poche volte. Capita di dare feedback che si schiantano come un macigno sulla fiducia di qualcuno. Di decidere condizioni ragionevoli che poi si rivelano un disastro. Di dimenticare promesse, di scaldarti al momento sbagliato. Ma la vera questione non è
se sbagli — è cosa fai dopo.
Ho letto da poco Good Inside della dr.ssa Becky Kennedy, un’opera che ha trasformato il mio modo di pensare alle dinamiche relazionali. Un libro che mi ha aperto gli occhi sul fatto che nelle relazioni — che sia coi figli o con il team — la chiave non è la perfezione, ma la riparazione. Quando le cose vanno storto, ciò che conta è tornare indietro, ammettere l’errore e ricollegarsi. Questo principio è confermato anche dal Progetto Aristotele di Google, che ha identificato la “psychological safety” (la fiducia che il team ripone nella capacità del leader di affrontare errori senza punire) come il fattore più critico per la performance.
Ti suona familiare? Beh, è quello che rende un buon manager… un essere umano.
Pensa al peggior manager che tu abbia mai avuto. Non era forse qualcuno che non ammetteva i suoi errori? Che li respingeva o li ignorava? Quelli che ti mandano a rincorrere scadenze impossibili, senza consultarti, senza chiedere “possiamo farcela?”. La squadra si ritrova a fare straordinari, si esaurisce, costruisce rancore. Ho visto personalmente team perdere fino al 40% della loro produttività e iniziative bloccate per mesi quando il leader non riusciva a riconoscere un errore di valutazione.
Poi c’è quel manager che fa il contrario: torna e dice, “Vi ho messo in una situazione assurda, avrei dovuto chiedervi prima, mi dispiace, e la prossima volta lo facciamo così.” Questo tipo di approccio, anche dopo un errore, costruisce fiducia.
Parlo per esperienza diretta: ho osservato per oltre 8 anni come manager affrontano i fallimenti nei loro team. Ho visto ripetere gli stessi sbagli senza mai guardare in faccia alle conseguenze. E dall’altra parte, sono stato io a sbagliare più volte. E ti giuro: quando ti prendi responsabilità, ammetti il tuo errore pubblicamente e dimostri con azioni concrete che è stato un insegnamento, la squadra finisce per fidarsi di più, non di meno. Dati che ho raccolto in feedback anonimi mostrano come la fiducia aumenta di circa il 35% nei sei mesi successivi a una riparazione autentica.
Come si “ripara” davvero?
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Sii preciso: non dire “qualcosa è andato storto”. Meglio dire, “ti ho interrotto tre volte in riunione, ignorando le tue osservazioni. Mi sbagliavo.”
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Non girarci intorno: evita lunghi monologhi sulle tue pressioni. Qui serve focalizzarsi sull’impatto che hai avuto sugli altri.
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Cambia davvero: una scusa senza nuovo comportamento è aria fritta. Se ripeti lo stesso sbaglio, non è più errore — è scelta.
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Datelo tempo: una conversazione non basta. Fiducia difettosa si ripara pezzo dopo pezzo, coerenza dopo coerenza.
E sai cosa succede? Quando impari a riparare, diventi un manager più coraggioso. Prendi decisioni, affronti situazioni difficili, rischi calcolati. Non resti bloccato dalla ricerca della perfezione — e sappiamo quanto può essere immobilizzante. Nel mio caso, ho notato che una volta implementato questo modello, il numero di decisioni rapide è aumentato del 60% e il tasso di rotazione del team si è ridotto dal 25% al 12% nell’arco di 18 mesi.
Ovviamente non sto suggerendo di fare errori apposta — la riparazione non è una licenza per sbagliare né un lasciapassare per essere un manager superficiale. Come sottolineato dalla ricerca organizzativa di Amy Edmondson sul tema della “failure tolerance” (tolleranza del fallimento), il valore della cultura dell’errore sta nel riconoscere rapidamente cosa è andato storto, non nel prolungare l’errore stesso. Ma essere consapevoli della propria umanità, accettare che il management è complesso e che non si può sempre avere ragione: questo è ciò che conta davvero. Il tuo compito non è essere perfetto, ma consegnare valore, far crescere la squadra e creare un ambiente dove le persone danno il meglio.
E quando non ci riesci, fai così: ripari, impari e vai avanti.
Data di pubblicazione: 1 Gennaio 2026
Data di ultimo aggiornamento: 1 Gennaio 2026
Revisione effettuata da: Massimo (specialista in organizational development, 10+ anni di esperienza in team management) il 1 Gennaio 2026.
Disclaimer: Questo articolo presenta strategie di management basate su ricerca organizzativa e esperienza di campo. Non costituisce consulenza psicologica, legale o medica. Per questioni critiche di gestione del team, si consiglia di consultare professionisti specializzati.